“Che ti passa per la testa?”.

Ho aperto il blog per scrivere un nuovo articolo, e l’occhio mi è caduto su questa domanda impertinente.

È un quesito che, nello stato d’animo di oggi, ho trovato essere addirittura sfacciato; “Che ti passa per la testa?”. Sembra quasi un’accusa, del tipo “Come ti è venuto in mente di scrivere proprio qui? Qui su questo blog bianco e lindo le tue idiozie?”.

Fatto sta che me lo sono domandata davvero, che mi giri per la capoccia quando apro il blog. Cosa penso di fare o dire con questi social? La mia risposta inizialmente è stata un bel piatto di autocommiserazione condito con due cucchiaiate di cinismo.

Ho pensato che oggi giorno non basta più scrivere un libro, esprimere la propria anima pubblicamente, mettersi in mutande davanti al mondo con il proprio nome, invece di un codardo pseudonimo!

No,  tutto questo non è sufficiente. Né lo è per venir letto, comprato, e men che meno stroncato.

Nemmeno uno straccio di stroncatura si riesce a ottenere!

È vero, di castronerie sono piene le librerie. Immagino che pure la mia opera ne faccia parte, ma in fondo non credo di chiedere tanto.

Scrivono recensioni di righe e righe sul nuovo locale che fa le polpette di Sora Lella, o su come non siano affatto intuitive le istruzioni di montaggio del sac a poche dell’IKEA, con tanto di liti che volano sul web, come se ci si insultasse tra parenti ubriachi al matrimonio della nipote.

E sui libri nulla?

Due righette al vetriolo sulla signora Pepperpot, che scrive come una gallina fatta di allucinogeni sarebbe già abbastanza. Almeno vorrebbe dire che qualche pover’anima ha deciso di leggere te, al posto di scorrere le avvertenze d’uso dello sgorga lavandini Supermuscolo Idraulico Gel.

Dove diavolo sono finiti i vecchi adagi “Carta canta” o “Scripta manent”?

Inizio a pensare che siano luoghi comuni, applicabili solo se hai messo per iscritto qualcosa di illegale…

Per quanto riguarda la propria opera, ciò che realmente “manet” è gran poco. La invii per e mail o la pubblichi su qualche piattaforma on-line; e lei, poverina viene trascinata nel cyberspazio e deframmentata come nel teletrasporto di Star Trek sulla galassia di Orione.

Quindi, quello che mi passa per la testa oggi, è una sola parola: DINAMICITÀ!

Ora, personalmente ho la dinamicità di un gatto dopo che è stato sterilizzato, ma mi sono detta: se mio padre riesce a usare Skype e Messenger, io devo almeno provare a essere: “modernamente fluida”. Anche se il risultato inizialmente sarà la fluidità della crème brulée, come dice Kim nel film Il matrimonio del mio migliore amico: “Io posso diventare gelatina!”.