“È una storia vera?

Ovvio ragazzo, le storie di fantasia sono inutili, tempo perso.”

“Non conosci la storia del mostro della lavatrice?”

Testa ricciuta ciondolante prima a destra poi a sinistra. Occhi di chi vuol sapere, ma non fino in fondo.

“Vuoi che te la racconti?”

Labbra arricciate in un broncio di assenso.

“Sicuro? Non è che hai paura?”

Ciondolamento dei boccoli castani.

“Piccolo, non dire bugie al bugiardo!”.

“Io non ho paura”.

Una scintilla di malizia apparve negli occhi opachi come uova sode della vecchia.

“Allora sia!

C’era una volta una bella famigliola, papà, mamma, due figlioletti e un bel cagnolino. Si erano trasferiti da poco nella casa nuova e tutto era… Normale.

Il papà in ufficio, i bimbi a scuola, il cane in giardino e la mamma a casa.

La mattina la donna rimaneva sola, la casa era vuota e lei ne approfittava per rassettare, cucinare, riordinare e lavare i vestiti.

La lavatrice si trovava nel buio scantinato. Era vecchia e la plastica, che un tempo doveva essere stata bianca e brillante, ora era giallognola e la faceva apparire come un enorme dente guasto. Nonostante ciò, lavava e asciugava bene per i suoi anni, i capi uscivano belli puliti e pronti per la stiratura, ma aveva una piccola pecca: sparivano i calzini. Bada, non sparivano tutti i calzini, ma solo quelli dei bambini e solo uno per paio. Inizialmente la mamma non ci aveva fatto caso. Perdere un calzino ogni tanto è banale amministrazione casalinga, ma dopo aver guardato bene tra i panni, tastato nel cestello e aver svuotato il filtro, la cosa l’aveva un po’ innervosita.

Così una mattina decise di fare una lavatrice di soli calzini, legandoli però gli uni agli altri.

Aveva fatto un’enorme fune fatta di gambaletti, pedalini e antiscivolo e l’aveva fissata chiudendone una estremità nella cerniera interna dell’oblò.Voleva vedere che diamine non andasse nella sua lavatrice e lo scoprì! A metà mattinata la spia sonora della macchina diede l’allarme. Il ciclo di asciugatura era terminato, il mistero dei calzini sarebbe stato svelato. La mamma scese velocemente le scale e si fermò sull’ultimo gradino, l’oblò della lavatrice era aperto. Inizialmente si allarmò moltissimo per paura che l’acqua fosse straripata fuori e avesse allagato la stanza, ma non c’era traccia d’acqua da nessuna parte.

La cosa era assai bizzarra, ma mai come quando infilò la mano nel cestello per recuperare la fune di calzini e la sentì prolungarsi ben tesa dall’oblò per flettersi nell’oscurità del cestello senza trovare nessuna barriera materiale. Sconcertata la mamma ritrasse la mano come si fa dopo una bruciatura, sbatté confusa le palpebre e si guardò il palmo incapace di darsi una spiegazione.

Forse il calore dell’asciugatrice le aveva intorpidito la mano. Riprovò a infilarla, trovò nuovamente la fune di calzini ben tirata in orizzontale verso l’interno, ma della parete interna dell’oblò non c’era traccia. Si mise in ginocchio per scrutare la cavità del macchinario, ma non vide un gran che. La cantina non era ben illuminata e per guardar dentro aveva dovuto piegare non poco collo e testa.

D’impeto prese una decisione: doveva tirare quella fune, e lo fece.

Inizialmente, i calzini, uniti tra loro uscirono lentamente, quasi a fatica, poi pian piano con più facilità, velocemente come fazzoletti colorati dal cilindro del prestigiatore. Solo che non erano unicamente quelli che la mamma aveva messo a lavare quel giorno, erano anche tutti quelli che nell’arco della loro permanenza nella casa nuova erano andati perduti e non solo, man mano che li tirava fuori dall’oblò, la mamma si rese conto che alcuni non erano nemmeno calzini loro!

Incredibile pensò, ma era così sorpresa che non si pose il problema del perché stesse giocando a tiro alla fune con una lavatrice, voleva solo arrivare a capo di quella faccenda.

Non sapeva più da quanto tempo era lì, ma era completamente attorniata da una miriade di calzini di bimbi da non vedersi più le ginocchia, quando la fune si bloccò. Non usciva più e non tornava indietro, semplicemente non si muoveva. La mamma si acquattò come un coniglio che entra nella tana, inclinò il capo e vide un paio di lucenti occhi gialli, gialli e obliqui come gli occhi di un felino, fissarla dall’oscurità del cestello e poi un fruscio di stoffa, sbatté la fronte contro la lavatrice e il suo cervello si spense.

Dita lunghe e nodose, ricoperte di squame e bitorzoli muschiosi uscirono dall’oblò come gli arti di una tarantola affamata, artigli neri e adunchi si allungarono sul suo corpo esangue, uncinarono la camicetta di seta e come un’enorme anaconda l’oblò si allargò e fagocitò il corpo della mamma. Una pantofola nera le si sfilò dal piede e cadde a terra con un leggero tonfo ovattato, la raccolse un orrendo artiglio ricurvo. Poi niente più.

Il mostro dei calzini tornò nelle profondità da cui era venuto, col suo bottino di caccia. La mamma aveva abboccato al suo tranello, come mille altre prima di lei sparì con quell’essere nell’oscurità, non se ne ebbero più notizie.

Quando il marito e i figli rincasarono, trovarono la casa perfettamente in ordine, niente era mutato tranne una cosa, ora la lavatrice era nuova di zecca. Bianca come la neve, la plastica lucente come porcellana e li osservava con quella “O” dell’oblò spalancata nell’oscurità. Solo che, non avendoci mai avuto a che fare, il marito non se ne accorse nemmeno. Arrivò la polizia, persone in divisa, assistenti sociali. Passarono i giorni, si fecero ricerche e si udirono accuse ma della donna non si seppe più nulla. Passarono giorni e mesi infine traslocarono. Cambiarono quartiere, cambiarono casa e cambiarono mobili e da quel giorno i calzini non sparirono più.

“Ehi piccolo ti stai afflosciando come quei palloncini umani che si trovano davanti a fast food?

Te l’avevo detto di non dire bugie al bugiardo!”