Oggi, rimettendomi a leggere alcuni capitoli del mio secondo libro, riflettevo su come sia stato finire il primo.

Considerato il tempo che ho impiegato per  terminarlo, ricordo di averci messo altrettanto tempo, se non di più, per realizzare che, da quel momento in poi, non avrei più avuto nulla da terminare.

Ho provato grossomodo la stessa sensazione di quando andavo a fare grossi esami all’università. Riempivo il cervello fino all’ultimo momento, lo costipavo così tanto di concetti, da farfugliare il mio cognome all’appello, con epiteti stravaganti del tipo: “Saffayesisonoiopresente…”

Mi sono sentita, durante tutto quello scrivere, rimodellare, rileggere, esattamente come quando si va a cena fuori, si mangia l’inverosimile e si ha il fatidico blocco, ma non il blocco dello scrittore no, quello intestinale… Inizi a sudare freddo, ti chiedi ad ogni isolato se ce la farai, poi arrivi a casa e nulla. Tutto finito.

Ecco, finire un libro, è un po’ come tornare bimbi e osservare la propria prima pupù nel vasino. Il pensiero che credo abbiamo avuto quasi tutti noi scrittori esordienti (Narcisi nichilisti compresi) e che ci accomuna ai poppanti, è esattamente lo stesso: tanti sforzi dovranno venir pur premiati, giusto?

Come ci sentiamo tutti piccoli innanzi a questa domanda. La nascondiamo lì nel nostro cervello, tra il depilarsi il sabato sera e ricordarsi di aver appoggiato le chiavi della macchina vicino alla maionese, sul secondo scaffale del frigo. Ma prima o poi lei esce. Aspetta, perché tanto sa che verrà il suo momento e quando arriva, ci si sente un po’ come Atreiu della Storia Infinita, il quale vede i guerrieri venir disintegrati  dallo sguardo indagatore delle Sfingi guardiane della prima porta e viene colpito anche lui dal fatidico colpo di strizza.

Orbene amici, avete superato indenni la prima domanda un po’ polemicuccia? Quella che molti vi avranno malignamente posto, nascondendo i loro sguardi semichiusi da felini siamesi, durante l’aperitivo al matrimonio di vostro cugino, dietro un’oliva infilzata e galleggiante in un cocktail al cetriolo indiano e zenzero.

“Quale domanda?” mi chiedete.

Ma come quale?

Ne abbiamo già parlato, questa domanda: “Per chi state scrivendo?”

Oppure, la sua ancor più spassosa sorella: “ Come procede il vostro percorso editoriale?”

Io, personalmente, le ho già affrontate, più e più e più e più volte! Devo dire che alla seconda devo anche aver riso in faccia a qualcuno. “Percorso editoriale”, ma vuoi scherzare?

Comunque, le ho affrontate così tante volte, che alla fine mi veniva voglia di rispondere a denti stretti con un affabile: “E il tuo divorzio come procede?”

Evitiamo comunque di soffermarci su questi quesiti, perché ne ho un altro ben più spassoso da dirvi ed è quello che ci porterà infine al dunque e si materializza nell’aria magicamente, quando venite portati a casa la prima volta dal fidanzato/a, per conoscerne la famiglia e vi viene chiesto affabilmente: “Che lavoro fai?”.

Qui vige categoricamente la regola “La prima impressione è quella che conta” e mai “L’abito non fa il monaco”. Magari si parlasse di monaci, almeno si avrebbe uno stipendio fisso. Invece, vuoi mettere far saltare le coronarie al padre debuttando con un: “Faccio lo scrittore!”.

Da crepare dal ridere davvero! Poi però, vieni mosso a compassione per quella gentile famiglia, che tenta di capirci qualcosa e inizia a chiedervi se per caso nel vostro intento iniziale era già stabilito che steste componendo un testo solo per il puro gusto di vedere nero su bianco i vostri pensieri o se per caso (caso ben più grave e terribile ai loro occhi), aveste qualche velleità di vederlo anche pubblicato.

Ed è qui che tu, scrittrice esordiente, spieghi loro, parlando piano come si sussurra al proprio micio, di portar pazienza mentre gli si taglia le unghie, che pubblicare è un passo successivo.

Ed è qui che volevo arrivare.

Dopo aver fatto la prima pupù sul vasino, qualcosa bisogna pur fare e pubblicare è esattamente quel secondo bisogno, imperativo per alcuni, che subentra quando il solo scrivere non ci basta più.

Ora, soprassedendo agli sguardi inorriditi, farciti di apprensione, che i commensali si scambiano  di sottecchi, pensando che tu abbia la presenza scenica di un posacenere, tutti noi dobbiamo ammetterlo, primo o poi abbiamo questo prurito.

Ed è qui, in questo esatto momento, che avviene la nostra trasformazione in lemming!

Come sappiamo, i lemming sono piccoli roditori artici, diventati famosi per i loro suicidi di massa. Ci credereste mai che la loro è una leggenda nata nel lontano 1958, da un’idea del buon vecchio papà Walt Disney? Eh già, strano a dirlo, ma a renderli famosi fu un documentario  intitolato “White Wilderness”, nel quale i cricetini venivano ripresi nei loro lanci in massa giù da una scogliera.

Anche noi, scrittori esordienti, abbiamo la nostra scogliera e pure il nostro trampolino a bordo piscina.

La rincorsa la prendiamo nell’esatto momento in cui ci frulla questo pensiero nella mente: forse dovrei pubblicare il mio lavoro. Forse qualcun altro potrebbe essere interessato a leggerlo!

La spinta sul trampolino invece, molto spesso, ce la danno parenti e amici, partendo dai genitori fino ad arrivare alla prozia, ormai completamente orba, a cui abbiamo regalato l’audiolibro. Proprio loro, non potendo dirci che abbiamo scritto una miriade di struzzate, non hanno altra arma per difendersi dalle nostre asfissianti domande su come sia il nostro libro, che le lodi.

Perché andare a mostrare il nostro lavoro, la nostra fatica a dei professionisti seri? Non ci capirebbero mai pienamente! Vuoi mettere invece papino?

Ed ecco che spicchiamo il volo e SPLAT! Ci spiaccichiamo.

Ci si potrebbe domandare cosa spinga i lemming a gettarsi giù da una rupe. Ma non si ricaverebbe nulla di scientificamente provato. Forse le cause sono le esplosioni demografiche, che portano a forzate migrazioni e visto che i nostri amici pelosetti non eccellono per capacità visiva, molto spesso capita che arrivino sulle soglie di scogliere e si lancino con la fiducia di un trapezista del circo Orfei. Insomma, si spiaccicano perché non ci vedono!

Ma noi, scrittori esordienti, perché ci spiaccichiamo?

Ebbene, questa è la mia risposta: ci spiaccichiamo perché generalmente siamo totalmente privi di autostima e ce la facciamo sotto dalla paura di essere stroncati.

Non abbiamo quella concezione di noi stessi che ci fa capire chi siamo e chi potremmo essere in futuro.

In sostanza, gli esordienti sono purtroppo dei mendicanti. Mendichiamo conferme, da chi però sappiamo difficilmente ce ne darebbe di negative e questo perché siamo insicuri di noi. Di noi come persone? Forse… O più probabilmente di noi come facenti parte di una classe di lavoratori. Sì lavoratori, perché non si vive di solo materialismo, a volte è essenziale anche nutrire l’anima. Pensiamo per esempio ai cantautori, ai cantanti, ai musicisti. Pensiamo per un secondo che nessuno di loro faccia più il proprio lavoro, perché è un lavoro, per dedicarsi piuttosto a qualcosa di materiale. Credo che nulla sarebbe sopportabile senza di loro. La gioia, l’amore, la sofferenza cosa diventerebbero senza il supporto delle loro colonne sonore? E questi sono solo pochi accenni ai soggetti appartenenti e operanti nel campo delle arti.

Capisco benissimo che a stomaco vuoto sia difficile nutrire l’anima, ma noi scrittori esordienti dobbiamo aver fiducia e dobbiamo insistere, esattamente come i lemming!