Essere cattivi non sempre è una colpa. A volte è la vita che fa diventare così.
Ma è una colpa fingersi buoni.
Quello sì, è imperdonabile.

“Non mi fai paura. Tu sei un buono, si vede da un miglio!
I buoni hanno un modo tutto loro di entrarmi nel cuore”.
Risata sarcastica.
Quella donna aveva una capacità inaspettata di irritarmi e riportarmi indietro all’età di dieci anni.
Ora ne ho 41 e forse lei ha ragione, sono un buono.
In effetti, la faccia che vedo riflessa nello specchio della sala interrogatori lo direbbe.
Occhi castani non particolarmente grandi, però seri, capelli rossi, crespi, che tengo corti perché non abbiano la meglio su di me.
Ho un accenno di barba, che mi fa sembrare un insegnante della Oxford University e incornicia una bocca di media grandezza, che probabilmente senza barba sarebbe alquanto insulsa. Naso piccolo e un po’ schiacciato, su cui poggiano occhiali con montatura color oro alla John Lennon. Non li porto per vanità, ma perché sono miope come Messer Talpa e anche perché “non si picchia uno con gli occhiali”, nemmeno se ha le sembianze di un irlandese orbo molto ma molto arrabbiato. Ho denti regolari, a parte i due canini, che sono leggermente ruotati e danno al mio sorriso quel certo non so che da primate gentile.
Insomma, all’apparenza sembrerei un buono.
Ma lo sono?
La donna che sto interrogando credo lo dica per sfottermi; pare che sia l’attività che più le aggrada al momento, ma presto la musica cambierà…
Io… Non lo so.
La maggior parte del tempo direi di sì.
Quello che so, è che le mamme mi adorano e non sto includendo la mia.
Sono cresciuto in un luogo dove essere buoni non era certo il miglior biglietto da visita. Giusto per capirci, il motto di mio nonno era “Dio ti salvi da lampi e tuoni e dai tristi che fanno i buoni”; quello di mio padre “Chi ha l’amaro in bocca non può sputar dolce”.
Ora, lasciando perdere l’eleganza dei miei avi, è abbastanza ovvio che avere un carattere mite e delicato in una comunità dove gli unici lavori fattibili erano l’acciaieria e la fabbrica di laterizi giù in fondo alla via, era come decidere di suicidarsi ancor prima d’essere nato.
Quindi sì, sono un buono quando posso esserlo, questa è la risposta.
Il mio nome significa “orso”, l’orso è un animale carino se non lo fai incazzare.
Ho sempre pensato che i nomi contenenti la lettera “X” incutessero un senso di aggressività. Alexis… Brix… senza contare Xena la principessa guerriera e Asterix. Per me i proprietari dei nomi con la “X” sono carnivori, forse perché li ricollego al T-rex; lui sì che è un cattivo mangia carne.
I nomi come il mio, con tante vocali e consonanti morbide, sono i tipici nomi da onnivoro. Né cattivo né buono, ma un po’ entrambe le cose; io mangio un po’ di tutto.
Sono un investigatore.
Amo il mio lavoro e mi ha insegnato tanto sotto il profilo umano. Ho scoperto che le persone all’apparenza buone sono tali, solo perché hanno delle inibizioni che le trattengono dal fare del male. I tipi da “Vorrei ma non posso”.
Poi ci sono i buoni che sono troppo caga sotto per essere cattivi.
A ben pensarci, forse, la vera bontà non esiste è un po’ come la storia del buio e della luce.
Non tutti la conoscono: narra di una sorta di disputa tra un professore e i suoi alunni, una sfida teologica.
Il professore chiese: “Dio ha fatto tutto ciò che esiste?”
La risposta degli studenti fu: “sì l’ha fatto”.
“Proprio tutto?” chiese il professore.
“Sì proprio tutto”, risposero.
“Allora Dio ha fatto anche il male, giusto?” rispose il professore “Perché il male esiste…”.
Gli studenti non seppero rispondere.
All’improvviso uno chiese: “Il freddo esiste?”.
“Chiaro che esiste” rispose il professore.
“In realtà, professore, il freddo non esiste, secondo le leggi della Fisica, ciò che noi consideriamo freddo nella realtà è assenza di calore, come l’oscurità è l’assenza totale di luce. Possiamo studiare la luce, ma non l’oscurità.
E infine il male, professore: esiste il male? Dio non creò il male. Il male è l’assenza di bene nei cuori” e bla bla bla…
Bella disputa teologica del cazzo… Questo insegnano alla scuola cristiana degli avventisti del settimo giorno, e poi ti ritrovi a farneticare di bene e di male con San Pietro, perché ti hanno sparato una pallottola in fronte.
Io preferisco fidarmi del mio sesto senso e della regola dei nomi con o senza “X”.
La donna che ho davanti si chiama Beatrix, tanto per dire… E io sento con ogni fibra del mio corpo che, sotto quell’aria da anziana donna per bene, c’è una carnivora.
Sono passati quasi trent’anni, ma ora è davanti a me e adesso non sono più un bambino, e lei lo sa. Dissimula la sua paura con quel patetico velo di arroganza, ma io la fiuto, puzza come la naftalina sul suo cappotto invernale a losanghe, lascia la scia.
La prima volta che la vidi avevo dieci anni.
Era un’estate torrida, di quelle che devi stare attento a dove metti le chiappe se non vuoi ritrovarti col sedere ustionato a strisce.
Io e mio fratello Eiran eravamo una bella coppia di marmocchi; andavamo molto d’accordo, tra una zuffa e l’altra, e la boscaglia che cingeva il perimetro di casa era la nostra Sherwood.
Eiran era un ragazzino coraggioso per avere solo sei anni e questo mi rendeva molto fiero di essere suo fratello maggiore, anche se non gliel’ho mai detto; all’epoca ero troppo stupido per sapere che “per sempre” non esiste.
Quel giorno però nella mia mente sarebbe durato per sempre, quello fu il giorno in cui per la prima volta vidi veramente il viso della donna che ora mi sta innanzi, Beatrix Mann.
Lei serviva alla cassa della botteguccia che c’era a un centinaio di metri da casa, di rimpetto alla stazione ferroviaria. Era una donna algida, dallo sguardo grigio come il cielo d’autunno. Era bella, ma non di quella bellezza confortate di sua madre, era una bellezza appassita, decadente, come ortensie sfiorite in un vaso. Lei non era mamma, in paese la chiamavano “la lunga”, non ho mai capito perché.
Quello che capivo all’epoca era che non dovevo perdermi in convenevoli con lei, sceglievo la mia bibita e quella di Eiran, mettevo gli spiccioli giusti sul bancone e salutavo. Lei non ringraziava, allungava la mano, trascinava gli spiccioli sotto al palmo e li depositava in cassa prima ancora che il tintinnio della porta d’ingresso avesse smesso di suonare alle nostre spalle.
Beatrix viveva con la sorella Lora sopra il negozio e se è vero che il Signore Dio ha sempre il terzo occhio rivolto verso le sofferenze del suo creato, con la famiglia Mann doveva aver avuto una pagliuzza che lo accecava.
All’epoca ero solo un bambino, ma non è che i bambini non abbiano le orecchie e le mie ci sentivano piuttosto bene. In paese tutti sapevano che Lora aveva dei seri problemi di salute e quando chiesi a mia madre cosa avesse, lei mi rispose che non erano affari miei. Quindi fui costretto a raccattare informazioni altrove. Ne raccolsi brandelli tra lo scaffalista e il proprietario del supermarket Bristoll, non capii tutto, alcuni termini mi erano ignoti come “deflorata”, che per me era un termine botanico, non c’era dubbio, o “sterilizzata” termine riconducibile a Bezzy, la mia cagnolina, che il veterinario aveva operato perché, come diceva sempre nonno, non sfornasse più dodici cuccioli alla volta. Ma in sostanza capii che qualcuno, probabilmente lo zio, le aveva fatto qualcosa di molto brutto e molto sbagliato quando era molto piccola e l’aveva ridotta in quello stato.
Lora, come la sorella, non socializzava, non ne era in grado. La maggior parte del tempo era alla finestra della camera a spiare tra i pizzi delle tende le anime aggirarsi di sotto sulla strada, ma quando scendeva in bottega ti guardava in modo strano, aveva qualcosa negli occhi, come una scintilla di furbizia. Ma non poteva essere, ridotta com’era.
Quando andavamo in negozio ci sorrideva e ci accarezzava, con quello sguardo fin troppo beato e quella mano pesante che aderiva ai capelli come un guanto di gomma bagnato. Provavo compassione per lei che doveva vivere con quella strega di sorella, mentre io anche se non avevo più il papà, avevo mia madre e mio fratello che adoravo.
Beatrix per me era come un essere mitologico, una sorta di temibile oracolo muto. A volte è peggio il non sentir parlare mai una persona piuttosto che sentirla urlare una volta sola.
Lei non parlava, non salutava e non ringraziava, però sono più che certo che guardava e osservava tutto e sono convinto lo fece anche quel giorno.
Per questo finalmente, dopo trent’anni, sono riuscito a far riaprire il caso, il caso di Eiran Stern, mio fratello.
Eiran non era un bambino speciale, o meglio lo era per me, ma nel complesso era il tipico bimbetto tutto lentiggini e capelli. Mia madre era iperprotettiva con noi perché era cresciuta in una famiglia di sole donne, tre sorelle la madre e un padre perennemente in fabbrica. Mio padre morì quando Eiran aveva due anni, come diceva sempre mia nonna, il cancro se l’era mangiato vivo. Mia madre era come un esile tulipano rosa, tenero e lanuginoso, sbattuto in un campo di rudi girasoli dal fusto ligneo.
La prima volta che mi ruppi il braccio ricordo che in ospedale dovette accompagnarci la vicina di casa, perché mamma non la finiva di perdere i sensi. Quando Eiran sbatté quel suo capoccione ricciuto sul lampione innanzi casa e si scheggiò l’incisivo, lei pianse per ore, anche se il dentista le aveva assicurato che il dente era da latte.
Quindi, entrambi avevamo imparato a non fare disastri, o almeno a non far sì che lei li scoprisse. Ci si sputava reciprocamente sulle ginocchia sbucciate prima di rientrare e ci si toglievano i sassolini incastrati sottopelle dopo le cadute plastiche dalle bici. Insomma tutte cose che tra fratelli si fanno. Ma quel giorno, quel dannato pomeriggio d’estate io non ero dietro di lui.
Erano le quattro del pomeriggio, Eiran era uscito con passo spensierato dalla bottega della signora Beatrix, in una mano la solita bottiglia di Coca Cola, di vetro spesso e gelido, e nell’altra due biglie di vetro color verde mare.
Io lo seguivo a ruota con la mia bottiglietta d’aranciata amara e il cava-tappi porta chiavi che mi aveva regalato il nonno al nono compleanno, quando per lui mi ero “fatto uomo”.
Ci sedemmo a circa trecento metri dalle rotaie della ferrovia e dai vagoni fermi e abbandonati.
Eiran era terrorizzato dal fatto che dentro quei vagoni ci vivessero i lebbrosi. Non so chi gliel’avesse raccontata quella storia, però sotto quel suo aspetto da bulletto scanzonato frusciava vera e propria paura.
Eravamo seduti su una vecchia tanica di gasolio rossa e decolorata dal sole, a quell’ora, era relativamente all’ombra, un grosso acero la torreggiava austero e tenace alla calura.
Ricordo come se fosse ieri di avergli detto di darmi la sua bottiglia; avevo il cavatappi, l’avrei aperta, ma lui ridendo come un matto, se l’era poggiata sul labbro inferiore e facendo leva sui denti l’aveva aperta in un’esplosione di spuma e zampilli frizzanti. Io gli dissi “Bravo, spaccati anche i denti di sotto, così la mamma farà un esaurimento nervoso” e non so per quale motivo lui la prese a ridere. Rise così tanto che la Coca gli uscì dalle narici e per respirare liberò un rutto poderoso. In un batter d’occhio eravamo tutti e due a terra a rotolarci e stringerci la pancia con le mani.
Poi non so chi dei due ebbe quella dannata idea. Forse decise il treno per noi. Quel treno maledetto.
Ne sentimmo il fischio, pulito e bianco come il suo fumo. Arrivava da nord, col suo carico di pannocchie e soia. Treno merci, vagoni grandi e veloci e quella frase: “Ti sfido”.
Solo dopo mi resi conto di quanto fummo stupidi, al momento ero ancora un bambino spensierato di dieci anni ed ero il maggiore, non potevo vincere… Mai o quasi.
“Al mio tre” dissi.
Ma Eiran al due era già partito.
Correva come una scheggia. Tutto il peso del corpo proiettato in avanti, favorito dal suo basso baricentro. Correva e non guardava indietro. Era a pochi metri dai binari, quando non so perché sentii paura. Improvvisa, sconvolgente paura e lo chiamai. Ancora adesso non so perché lo feci, ma gridai il suo nome con tutta l’aria che i miei polmoni espansi mi concedettero.
Ma lui non si girò.
Un piccolo proiettile dalla chioma rossa.
Lo vidi attraversare i binari e un’istante dopo il mio piede venne imbrigliato da un filo di rame che sbucava dal terreno.
Volai.
Atterai di mento a pochi metri dalle rotaie. Il viso sporco di terra e sangue, sferzato dall’aria mossa dal vuoto lasciato dalla massa dei vagoni.
Cercai di fissare la fine del treno, ma era molto lungo, appena a metà passaggio, così sbirciai sotto, tra le rotaie e il fondo degli scompartimenti d’acciaio.
Vidi le gambe di mio fratello. Le vidi per una manciata di secondi, poi vidi un altro paio di gambe. Gambe lunghe da adulto. Poi le gambe di mio fratello iniziarono a levarsi in aria, come se stesse levitando, su, su fino a che non vidi le scarpe da ginnastica blu della Nike tremolare nell’aria.
Una serie di vagoni più bassi bloccò completamente la mia visuale.
Quando il treno finì, di mio fratello non c’era più traccia.
Rimasi sdraiato così per almeno cinque minuti. Mani a terra, pancia sotto e viso rivolto al nulla. Sembrava stessi facendo yoga.
Quello che mi distolse fu un cigolio di cardini. Mi voltai e vidi la signora Beatrix.
Doveva aver visto tutta la scena e anche da un’angolatura diversa, opposta alla mia.
Mi alzai, corsi nel punto esatto dove avevo visto i polpacci di Eiran per l’ultima volta, urlai il suo nome, mi guardai attorno con le lacrime e il moccio che mi imbrattavano il viso. Ma nulla. Allora corsi da lei. Non mi chiesi perché quella donna, che aveva visto tutto, non mi si fosse fatta incontro. Avevo dieci anni e avevo appena perso mio fratello, ma quando bussai alla sua porta lei non mi aprì. Aveva messo fuori il cartello “chiuso”, e aveva dato un giro di chiave alla porta. Rimasi appeso come un pesce che si dibatte all’amo, agganciato a quella maledetta maniglia di ottone per almeno dieci minuti, piangendo e gridando aiuto, ma nessuno mi aprì. Corsi a casa e poi da lì è tutta storia.
La storia di come mia madre tentò il suicidio ficcando la testa dentro la stufa a gas, di come io venni dato in affido e di come la signora Beatrix assistette a tutto questo senza mai muovere un dito.
Col tempo mi convinsi di aver avuto un’allucinazione, ma si vede che non sono mai stato troppo bravo nell’auto persuadermi, perché, oltre a tutte le volte che ci ritornai col pensiero, una volta tornai da lei veramente.
Tornai per chiederle perché avesse negato l’evidenza. Perché avesse lasciato che un bambino sparisse nel nulla e un altro rischiasse di diventare pazzo per il dolore. Ma all’epoca ero un ragazzetto di diciannove anni, con problemi comportamentali e la rilevanza giuridica di Micky Mouse.
Ricordo che lei mi disse solo poche parole:
“Bjiorn Stern tieni a mente questo:
essere cattivi non sempre è una colpa. A volte è la vita che fa diventare così.
Ma è una colpa fingersi buoni.
Quello sì, è imperdonabile.”
Mi accarezzò il viso e rischiuse la porta. Non mi diede mai più occasione di rivederci, seppi che si erano trasferite a Nord dove il clima è più freddo e la gente pure.
Nessuno mi diede ascolto. Dissero che Eiran era stato rapito da qualche zingaro, lo dissero come se quella “causa” dovesse facilitare me e mia madre nel farcene una ragione. Eiran non fu mai ritrovato. E per un po’ mi persi anch’io.
Ma ora.
Ora no. Ora sono cresciuto, ho tutte le qualifiche per venire ascoltato.
Sono un uomo e lei è una vecchia e si sa, la vecchiaia fa paura… La mano fredda e nodosa della morte è sempre dietro l’angolo, ed è ora che la signora Beatrix lo sappia.
Sono pronto, son preparato per estorcerle tutta la verità, pongo le mani sul tavolo pronto a iniziare l’interrogatorio, quando lei mi sorride. Un sorriso mesto, triste.
“Sarei venuta anche se non mi avesse fatta chiamare.”
Rimango di stucco, vorrei dire qualcosa ma sento che lei non ha ancora finito.
“Ho il cancro. Mi ha intaccato i polmoni…”
Respiro a stento, pare che lei sappia già cosa mi passa per la testa.
“Sì, proprio come tuo padre, solo che a me sono stati abbonati parecchi anni di bonus, non so perché, forse per riflettere sulle mie colpe, sulle nostre…
Comunque sto morendo, quindi sarei venuta lo stesso.”
L’aria nella stanza si stava facendo densa rompo il silenzio e le sbraito in faccia senza rispetto e senza pensare.
“Non capisco. Sono passati trent’anni, io so che Eiran è morto e so che lei centra qualcosa, ma non ho prove per dimostrare come e in che termini. Dannazione, ormai lei ha ottant’anni, si liberi la coscienza, mi dica cos’è successo, mi dica cosa ha visto!”
“Sono venuta proprio per questo.
Ho paura, ma non di te e nemmeno della prigione, ho paura di quello che mi aspetterà dopo se ora non dirò ciò che devo…”
Mi stizzisco, i denti mi si stringono così tanto che mi appaiono le fossette.
“Tu vuoi sapere di chi è la colpa vero?”
Tosse catarrosa lei.
Pugni stretti io.
“O non prendiamoci in giro, tu vuoi qualcuno che ti dica che non è stata colpa tua. Vuoi il benevolo PAF PAF sulla spalla giusto?”
Un pugno sferrato sul tavolo.
“Lei ha visto! Lei ha visto tutto e non ha mosso un dito!”.
Sospiro indulgente.
“E se ti dicessi che in realtà è stata colpa tua quanto mia?
Dare la colpa ad altri è un piccolo e pulito stratagemma che puoi usare ogni volta che non vuoi prenderti la responsabilità per qualcosa nella tua vita. Giusto?
Di chi avevi la responsabilità tu?”
“Di mio fratello”.
“Esatto e hai fallito. Come io ho fallito… Con mia sorella.”
Sospiro pieno di commiserazione per se stessa stavolta.
Le sue mani nodose si intrecciano sopra la superficie lucida e fredda del tavolo, si sfregano emettendo un rumore secco come di carta velina sottile.
Pare imbarazzata.
“Se ti dicessi che in fondo è tutta colpa della luna?”
Scuoto la testa per schiarirmi le idee e capire se mi sta ancora sfottendo o meno. Però mi pare terribilmente seria e la cosa mi preoccupa.
“Che sta dicendo? È forse impazzita?”
“No, non sono impazzita, se ti dicessi come Shakespeare, che è tutta colpa della luna che si è avvicinata troppo alla terra e ci a reso tutti pazzi, mi crederesti?
Se ti dicessi che questa è la storia che mi ha ripetuto per trent’anni mia sorella, solo che la luna aveva le sembianze di un uomo e la terra era lei, la sua innocenza, la sua purezza violata irreparabilmente per sempre, mi crederesti?
Mi crederesti ora se ti dicessi che essere cattivi non sempre è una colpa?”
Le lacrime le scorrono copiose trovando le rughe e le grinze a far loro da trincea.
“Amavi tuo fratello?”
Respiro profondamente, la collera pare scivolarmi di dosso come acqua sul dorso di un’anatra.
“Più di ogni altra cosa al mondo”.
Di nuovo quel suo sorriso dolce e triste.
“Tutti cerchiamo qualcuno a cui dare la colpa. Mio zio era il mostro a cui darla. Lo odiavo per quello che ci aveva fatto e giuro che ho provato con tutte le mie forze a prendermi cura di Lora, ma in lei qualcosa non funzionava. Aveva visto la luna troppo da vicino, troppo presto, ed era impazzita.
Io vedevo come vi guardava, con quale disperazione vi seguiva con lo sguardo e quanto dolore c’era in ogni carezza vi faceva, vedevo l’ambiguità, ma credevo di averla tenuta a bada, lo credevo fino a quel pomeriggio.
Capii cos’era successo solo quando corsi nella rimessa dietro casa, avevo sentito le tue grida e poco dopo la catena d’acciaio aveva sbattuto pesantemente sul legno.
Corsi più veloce che potei, chiusi la porta perché tu non vedessi, perché tu non potessi incolparla, le volevo bene e forse non tutto era perduto, ma quando arrivai…
Mi disse che lo aveva stretto troppo. Mi disse “L’ho fatto di nuovo Trixy, come con quel passerotto. L’ho stretto troppo e lui se n’è andato…”, poi uscì come nulla fosse lasciandomi sola con tuo fratello fra le braccia”.
Piangevo anche io ora. Lacrime liberatorie, lacrime di un bambino.
“Io l’ho cercato, l’ho chiamato. Non ho sentito nulla. Com’è possibile?”
Scorgo resistenza nei suoi occhi. Insisto.
“Com’è possibile?”
“Urlavi così forte. Non avresti potuto sentire le sue urla, sono state brevi, non ha sofferto.”
“Io… ho urlato è vero. Ho urlato perché pensavo mi potesse sentire e invece… ho coperto la sua voce. Io l’ho sepolto con la mia voce…”
Il silenzio riempie la stanza. Mi prendo la testa tra le mani. Piango mordendomi l’interno della guancia fino a farlo sanguinare, voglio farmi male, voglio sentire dolore fisico per attutire l’opacità che regna nella mia mente.
“Perché l’ha fatto?” Chiedo.
La vedo riflettere.
“Potrei dirti mille cose. Potrei dirti che il suo desiderio così acuto è diventato disperazione o che qualcosa in lei era ancora così vivo da farle pensare che passare la vita intera a desiderare qualcosa senza mai agire era una cosa da stupidi, ma la verità è un’altra. Lei lo ha fatto per colpa mia, perché io non ho vigilato su di lei.”
“Proprio come ho fatto io…”
Sospiro penoso.
“Tutti cerchiamo qualcuno a cui dare la colpa…”