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“È necessario confessare che, se non si voglia annullare ciò che in noi la natura ha prodotto, tutti gli uomini sono naturalmente obbligati a procreare.”
Coluccio Salutati, La famiglia, XV sec.

Lacrime amare.
“Perché si dicono lacrime amare secondo te? Le lacrime sono salate, al più dolciastre, ma amare no”.
“Diego sei un idiota”.
Sorriso mesto.
“Sì ma questo idiota ti ha fatto ridere!”.
La mano di lei intreccia le dita di lui, si guardano per un istante e poi le loro teste si appoggiano in un incastro perfetto collaudato ormai da anni.
“Sto degenerando come un fiore di zucca staccato dallo stelo.
Voglio fare la PMA”.
“Clara eravamo d’accordo di aspettare, di provare ancora”.
“Tu eri d’accordo”.

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“Procreazione Medicalmente Assistita (PMA): l’insieme di tutti quei trattamenti per la fertilità nei quali i gameti, sia femminili che maschili, vengono trattati al fine di determinare il processo riproduttivo.”
Ministero Salute

Dialogo telefonico col Professor “Serbelloni Mazzanti Viendalmare”:
“Perché dovete scegliere la nostra clinica?
Ovvio, perché è un centro di riproduzione assistita formato da un’équipe medica multidisciplinare di ginecologi, andrologi, biologi, anestesisti e psicologi con grande esperienza nel campo della fertilità che può dare la soluzione al vostro problema di sterilità…
Si capisco siete preoccupati, ma noi disponiamo di un laboratorio di fecondazione in vitro di ultima generazione che ci permette di aumentare le percentuali di gravidanza grazie all’applicazione della migliore tecnologia e degli ultimi ritrovati in campo medico…
Come dice? I risultati? Ma ovvio che i risultati lo confermano! Più del 90% dei nostri pazienti raggiungono la gravidanza.
Stia tranquilla e vedrà che la nostra clinica è la decisione giusta per lei. Grazie all’impegno e alla dedizione di tutta l’équipe il vostro sogno diverrà realtà!”.

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Tredicesimo giorno del ciclo.

“Diego non ne posso più, ho le ovaie come due palle da biliardo, perdo i capelli, ma in compenso ho la peluria degna di Tarzan e non so perché, ma mi verrebbe tanto da prenderti a pugni! Anzi prenderei a pugni chiunque!”.
Lui dosa la fiala di ormoni con la concentrazione del Dottor Frankenstein e dice l’unica frase insensata che gli viene in mente: “E pensa che non sei nemmeno in cinta!”.
Lei piange e lui si sente una nullità, poi riprendono lui a leggere fascicoli di lavoro lei a preparare la cena.
Normale ménage familiare, ma l’ormone latente non tace.
“Tu non sei mai stato d’accordo sulla clinica!”.
Lui inarca un sopracciglio e sbuffa.
“Perché che io sia d’accordo o meno ha un peso quando ti metti in testa qualcosa?”.
Lei sbatte i tegami come se fosse la batterista degli Aerosmith.
“Diego, ma certo! È essenziale che tu sia d’accordo, con chi pensi che lo voglia fare un figlio?”.
Lui sbatte un fascicolo sul divano, i fogli scivolano dappertutto, ma ormai sono partiti.
“Sai allora se devo dirla tutta, a me la telefonata col Professor Magnificoillustrissimoilsommo non mi ha convinto per nulla! Tutta quella pubblicità, quello sponsorizzarsi per poi andare comunque con la mutua. Io sinceramente non avevo tutta questa fretta di scegliere, avrei valutato altre cliniche, altri professori, magari nel privato!”
“Non possiamo permettercelo e qui si chiude la discussione, il pubblico non è male. Prova un po’ a fidarti!”.
Lui la raggiunge in cucina, ha un’aria truce e seria come quella di un bimbo che è caduto dalla bici accorgendosi che il papà l’aveva mollato in corsa.
“Provare a fidarmi?
Ma guarda che non stiamo mica andando a comprare l’arista dal macellaio! Qui non è che si va e poi se va male amen! È il tuo corpo quello che viene bombardato da ormoni, che poi mi devo comunque sorbire io di rimando. Sono i tuoi e i miei gameti che vengono pompati come il toro Sansone e poi rapiti dalle loro rispettive sedi! Permetti che io sia un po’ scettico, o devo dare il cinque al primo dottore con la brillantina tra i capelli e la stellina splendente sul canino che incontro!”.
Lei respira come se dovesse risucchiare tutta la casa, mura comprese.
“Sto solo dicendo che…”.
“No, io sto solo dicendo una cosa chiara come la luce del sole: ottieni quello che paghi! Se paghi poco ottieni poco!
Ma che sto a discutere con te! Tu che piuttosto di comprare un capo di classe a un prezzo serio, compri tre miliardi di stracci al mercato delle pulci!”.
Lei arriva con passo spedito e poggia i piatti sul tavolo come Pietro poggiò la prima pietra.
“Buon appetito!”.

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Quindicesimo giorno del ciclo.

“Spinga signora! Spiga!
Forza, il più è fatto, è quasi finita!”.
All’inizio c’è esaltazione pura. È incredibile, sta partorendo!
Ma poi qualcosa la turba.
Clara sa che non è possibile, non può essere la realtà, non può essere…
È incinta!
Ha la pancia! Ha una pancia enorme ed è a gambe divaricate nuda e circondata da due uomini e una donna celati da mascherina e camice azzurro carta zucchero.
Ma non è possibile! Non può essere incinta senza aver fatto prima la fecondazione!
“Santo cielo signora, le ho detto di spingere! Non vede come si muove?”.
Clara per una frazione di secondo sente l’impulso di dar retta a quei volti arrossati che le urlano ordini e le tengono le gambe aperte come un tacchino da farcire, ma poi una vocina dal profondo dell’inconscio sale dicendole che c’è qualcosa di sbagliato, qualcosa davvero non va!
La vocina urla: “Clara ma non è possibile, non puoi…”.
Eppure è vero, qualcosa li sotto si muove e si muove forte, come un’anguilla in un sacco!
E spinge, diamine se spinge.
Clara sente le contrazioni crescere e artiglia il lenzuolo così forte che le unghie le si conficcano nei palmi.
“Spinga signora! Spinga! Deve uscire!”.
Ma cosa deve uscire?
Perché nessuno di loro pronuncia quella parola, quel nome: bambino!
Perché?
Il volto di Clara è bagnato di lacrime e sudore, le guance paonazze le pulsano come se ci fossero sopra ferite aperte e i capillari dei bulbi oculari scoppiano in un caleidoscopio di rami rossi.
“Spingaaaaa!”.
Ma Clara sa che c’è qualcosa di sbagliato, sa che non lo deve fare, che non deve spingere. Deve tenerlo dentro… Perché… Non ha idea del perché, lo sa e basta.
E allora inizia la lotta tra lei e quel qualcosa che vuole uscire e calcia, morde e graffia…
Ed è così forte e lei così stanca e il desiderio di aprirsi come un sacco pieno di liquido e lasciar uscire, lasciar scorrere è così irresistibile.
Immagini di fiori che sbocciano, fiumi che scorrono e dighe che si aprono le inondano la mente. Qualcosa sta lavorando contro di lei e contro la sua forza d’animo e lei grida un solo unico suono disperato: noooooooo! Prima di lasciarlo andare, prima di liberarlo e guardare in basso dove una mare di sangue e interiora escono dalla sua cavità, dal suo grembo e allora piange di terrore. Piange e urla finché qualcosa non la scuote brutalmente, batte la testa o almeno così le pare. Apre gli occhi e davanti a lei c’è il volto gonfio e assonato di suo marito.
“Non mangeremo mai più peperonata a cena, è da dieci minuti che provo a svegliarti, stavi urlando come una pazza!”.

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Pick-up

“Sei preoccupato, te lo si legge in faccia!”.
Lui si passa una mano tra i capelli e poi sulla barba incolta e ruvida.
È sul bordo del letto e le stringe la mano con poca convinzione.
“Si sono preoccupato e dovresti esserlo anche tu! Hai visto come vi trattano? Fuori una sotto un’altra, come mucche! Dovevamo valutare una clinica privata, te lo avevo detto io.
Ottieni quello che paghi! Niente di più niente di meno”.
Lei si sistema meglio il camice, è aperto sul retro e la fa sentire terribilmente vulnerabile.
“Non essere sempre pessimista, l’infermiera è stata gentile… E comunque mica devo donare un rene!”.
Inizia a biascicare le parole, il calmante che le hanno dato inizia a dare i primi segni.
“Gentile? Ma se nemmeno sapeva il tuo nome? Vedrai se siamo fortunati nascerà un bimbo con gli occhi a mandorla!
Ottieni quello che paghi ricordatelo!”.
Lei sbuffa, inizia a sentire il battito del cuore rallentare nella cassa toracica, il respiro si fa profondo.
Qualcuno entra nella stanza con in mano una siringa enorme piena di un liquido trasparente e oleoso. È un uomo. Un uomo grande come un armadio con indosso un camice, ha il naso grosso come un tubero piazzato su una faccia butterata, capelli rossicci e crespi pettinati all’indietro incorniciano un viso largo e squadrato.
Le infila l’ago nella vena e spinge piano lo stantuffo.
Dandole due colpetti sul braccio le sorride, mettendo in mostra una fila di denti grandi e argentei come tessere dello scarabeo. Il suo sorriso sembra una tagliola.
Agguanta i manici del letto e la spinge facendo scivolare le ruote sul linoleum della corsia. Vede il viso di suo marito sdoppiarsi, tornare uno e poi triplicarsi.
Lui rimane seduto, non la segue.
Il letto percorre il corridoio solitario, le luci dei neon la ubriacano di bagliori nebbiosi.
L’uomo le sorride ancora, ha qualcosa nella tasca del camice, qualcosa di pesante e lungo. Lei cerca di alzare la testa per capire, sembra il manico in acciaio di un qualche arnese. La testa le si fa troppo confusa per concentrarsi ancora.
Lui pare capire il suo interesse e sorridendole le dice: “É un coltello”.
Un coltello? Non può aver detto davvero una cosa del genere. Perché mai un infermiere terrebbe un coltello in tasca?
Prova ad aprire la bocca per dire qualcosa, ma è talmente secca e impastata da farle male. Le palpebre sono pesanti come se qualcuno gliele forzasse verso il basso con le dita.
Lui fischietta le note del ritornello di Yankee Doodle e in modo spensierato le sistema la coperta sui piedi dicendole: “Ha capito bene, ho detto coltello. Vedrà non sentirà nulla e quando si risveglierà non ricorderà nulla di tutto questo. Non si deve agitare, tanto è tutto inutile, tra pochi minuti SBAM! L’angioletto dei sogni sereni le darà il bacio della buona notte!”.
Altre note della canzone.
“Ce ne fossero di più di cavie come lei, giovani fiduciose e disperate. Stia calma, non si divincoli tanto è legata, inutile fare storie, vedrà si vive benissimo anche con un rene solo se non lo si sa… Almeno per qualche anno!
E poi come dice suo marito: ottieni quello che paghi!”.