Sono una scrittrice.

Si, penso di potermi classificare come tale. Badate bene, lo dico senza alcuna superbia, perché a essere sinceri, ci ho messo un bel po’ a esordire con questa risposta alle più o meno agghiaccianti domande riguardanti quale sia la mia professione.

Inizialmente debuttavo con suoni onomatopeici, continuavo, cercando di aggrapparmi a un fantomatico hobby, a far sembrare la faccenda dello scrivere qualcosa di poco serio, quasi avessi una vergognosa relazione clandestina con qualcuno, e tentassi di minimizzarla.

In realtà la relazione c’era, ed era proprio clandestina. Me la concedevo in piccole pillole, tanto desiderate e altrettanto ricche di senso di colpa, ed era con me stessa.

È dura da ammettere, ma il primo nemico da combattere, dopo i luoghi comuni dello scrittore nullafacente, mantenuto e viveur, siamo proprio noi!

Quando mi veniva posta la fatidica domanda, io rispondevo sputando fuori “scrittrice”, con le stesse contorsioni spasmodiche di  un gatto che sputa un bezoario bello grosso.

Finché un bel giorno, non ce l’ho più fatta.

Non pensate a chissà quali crogiolamenti mentali o patemi d’animo, io non ce l’ho più fatta proprio fisicamente. Quello che non mettevo nero su bianco, mi veniva a trovare in un bel posticino, quel posticino che tutti hanno, e che solitamente dovrebbe essere popolato da pecorelle che saltano steccati, spumose nuvolette rosa, oppure, se la cosa butta particolarmente bene, e si sta parlando di un pubblico adulto, da sogni erotici o cose simili… Invece, io sognavo pezzi di storie, e scrivendo thriller, beh vi lascio intendere chi o cosa, mi venisse a trovare di notte.

Quindi sono una scrittrice, e sono “esordiente”, sperando di esserlo ancora per poco!

Devo ammettere che, come tutti gli scrittori appartenenti a questa categoria, porto la mia lettera scarlatta “E” con fastidio. Mi sento come se facessi parte della classe delle elementari più sfigata, quella con l’insegnante di sostegno perpetuo, e che non ha tutto il nécessaire per andare in gita con le altre.

Aspettate, perché poi il bello deve ancora arrivare. Ecco che mi accingo, io ingenua, a scrivere un blog o una pagina Facebook o, spinta da un mirabolante volo pindarico, decido di inviare la mia opera, frutto di cotanto ascellar sudore, a una casa editrice, e taaaac mi si richiede una bella BIOGRAFIA!

Ora, non so a voi, ma a me la cosa inizialmente ha messo in difficoltà.

Biografia? Ho trent’anni, ho scritto un romanzo e una favola, e “il resto è noia”, come diceva Califano, nel senso che non ho salvato il mondo, non ho inventato cure miracolose e non sono nemmeno un noto chef che si trastulla nel suo meraviglioso bagno della Scavolini…

Che scrivo mi pare abbastanza ovvio… Che sono laureata in tuttologia o che vivo a Poggibonsi, penso ve ne possa interessare gran poco.

Ergo, sono arrivata alla conclusione che l’unica cosa che potrebbe, e badate bene uso il condizionale, interessare è il perché lo faccio, perché scrivo.

C’era una canzone di Masini che diceva “Perché lo fai, disperata ragazza mia?”. Ebbene, io mi ci ritrovo appieno, lo faccio perché non riesco a non farlo.

Qualche anno fa, un amico mi ha detto, che fare la scrittrice, sarebbe stato come dare me stessa in pasto al pubblico, un pubblico a volte inappetente, a volte vegano quando invece il menù del giorno è carne al sangue, e altre volte così bulimico da non riuscire più nemmeno ad assaggiare un piatto nuovo, senza sentire il retrogusto di cose già viste.

Ora, se avete colto la sottile metafora culinaria, avrete capito che questa persona tentava di mettermi in guardia dalle possibili, quasi certe, delusioni di questo mestiere, ma come è tipico del mio carattere autolesionista, io mi ci sono comunque buttata a capofitto.

Ora non vi dirò che per me sia stata un’epifania, non mi sono svegliata una mattina e sono corsa a prendere la tanto famosa e fantomatica Olivetti.

A dirla tutta, quando al liceo ci proposero di scrivere un racconto per un concorso letterario, feci alquanto schifo, tentai e ritentai, ma non avevo il blocco dello scrittore, avevo proprio il freno a mano inserito e ganasce alle ruote.

Poi un giorno ho aperto il portatile, e semplicemente mi sono sdoppiata, ero io ma allo stesso tempo non lo ero, ero senza pensieri precostituiti, nessun “c’era una volta”, nessun “era una notte buia e tempestosa” nada de nada. Scorrevo come l’acqua e basta, e ho scritto fino a notte inoltrata senza pensare all’atto in sé.

Esattamente così ho fatto i giorni a seguire, appena avevo un attimo di tempo per me; e mi sono accorta che non riuscivo a non farlo. Andavo all’università e scrivevo di fianco agli appunti, andavo a lavorare e scrivevo ovunque. Sembra assurdo da dire ora, nell’era della tecnologia, ma io scrivevo davvero ovunque: sul cellulare, su fogli, su biglietti da visita, una volta addirittura sull’involucro di un panino e, se attendevo e l’idea mi sfuggiva, mi incavolavo come un ariete.

A posteriori, ho avuto il terrore di non riuscire più a farlo, che fosse stata la magia di una sera, la botta e via di una notte. Ma non lo è stato, anzi la cosa è peggiorata, perché i miei pensieri, quando non uscivano dalla testa e si poggiavano su carta, tipo Silente quando estrae con la bacchetta i ricordi dalla mente di Harry Potter, giravano nella testa come api in un favo, e mi sarebbero venuti  fuori in qualche altro bizzarro e meno controllabile modo, come sogni o  incubi, come polluzioni notturne, o brufoli sottopelle che crescono nella notte.

Quindi, come diceva la mia cara nonna “Meglio fuori che dentro!”. Questa è la mia biografia.

Se volete scoprire qualcosa di più, beh miei cari amici lettori, leggete!