Il mio Babau personale.

“And here comes the Boogeyman,
the Boogeyman comes for me.
Here comes the Boogyeman,
he’s gonna take me in my sleep.
No use to lock out the Boogeyman,
or chain him to a tree.
There’s no hiding in the basement
‘cause the Boogeyman needs no key.”

Stamattina navigando in Facebook ho visto con mia grandissima gioia che, in data 21 settembre, uscirà nelle sale cinematografiche “IT”, l’adattamento dell’omonimo romanzo di Stephen King.
Probabilmente passerò per matta poiché per ora ho letto il romanzo, pubblicato nel 1986, già cinque volte e dico per ora perché ho sicuramente intenzione di rileggerlo. È davvero l’unico libro che sia riuscito a farmi paura e non sto parlando di “senso”, “ribrezzo” o un po’ d’ansia, ho letto tutta la saga di Alien e non me li sono mai immaginati sotto al letto o dentro un tombino, ma quel libro… Mi ha sempre fatto paura con la P maiuscola, sia a quindici anni che a trenta, non c’è niente da fare, è davvero un libro centrato nel suo obiettivo.
Il titolo del romanzo indica il pronome personale inglese usato per le cose che non hanno un’anima, Pennywise il pagliaccio assassino infatti non è umano, ma è “qualcos’altro. Chi di noi non si è interrogato per settimane sul significato di quella inquietante scritta rossa che veniva riproposta sera dopo sera sui canali televisivi, senza però anticipare nulla. Io ancora ricordo chiaramente la pubblicità delle due puntate andate in onda negli anni novanta su Mediaset. Ricordo di averle guardate con le mani sugli occhi, per “vedere e non vedere” poiché all’epoca avevo nove anni e i miei genitori, ignorando i contenuti del programma, mi permisero di vederla assieme a mia sorella e mio cugino che, a quanto pare, non hanno avuto la stessa mia esperienza mistica…
Fatto sta che dopo ventisette anni, dopo varie riletture del libro e di tutti gli altri capolavori di King, ancora lo ritengo il migliore in assoluto.
La scrittura di Stephen King è davvero potente, va a toccare esattamente le paure che tutti noi abbiamo, ma che ancoriamo al mattone della fanciullezza e buttiamo nella palude dietro casa, cosi che non riemergano più.
Storia dell’orrore sì, narrante i disagi tipici dell’adolescenza capace però, specie nella seconda parte del libro, di infondere fiducia e speranza, affermando che le paure, con la forza dell’amicizia e il coraggio, possono anche essere esorcizzate. Devo però ammettere che personalmente io adoro maggiormente la prima parte “temporale” del romanzo, quella intrisa di terrore puro, per il semplice fatto che io all’epoca avevo la stessa età dei protagonisti e le loro vite, la scuola, i giochi nella campagna in periferia e un po’ anche il paese, assomigliano davvero molto al mio vissuto, alla mia infanzia e alle mie paure e io ho bisogno di riesumare quelle paure quando scrivo. Diciamo che, di tanto in tanto, vado a ripescare il mio mattone dalla palude dietro casa perché mi dia ispirazione.

Riassumendo davvero ai minimi termini, per chi non l’avesse letto, trattasi in sostanza di una lunga saga corale che si espande tra orrori inquietanti e drammi umani, narrando il periodo dell’infanzia, dove i protagonisti sono costretti a convivere con situazioni familiari molto particolari, che ne accentuano il disagio e li rendono i bersagli preferiti dei perfidi bulli della periferia americana.

Tutto ha inizio in una giornata d’autunno, a Derry, nel Maine città piccola e apparentemente tranquilla. Una terribile alluvione riduce i bordi delle strade in torrenti in miniatura e per il piccolo Georgie Denbrough è l’occasione ideale per provare la barchetta di carta che gli ha costruito il fratello Bill. Georgie esce nella pioggia, con il suo impermeabile giallo e si diverte a seguire la barchetta nei canali di scolo delle strade vicino a casa.
Durante il percorso, la barchetta finisce accidentalmente in un tombino e Georgie si china per riprenderla. Due occhi azzurri, una grossa bocca rossa e una testa a forma d’uovo con buffi ciuffi di capelli color arancio sui lati si presentano al bambino dalle fogne di Derry. Lì sotto c’è un simpatico clown che, presentatosi come Pennywise, offre al piccolo un palloncino e la sua barchetta. Georgie gli tende la mano per ricevere i suoi regali e in quell’istante il clown svela la sua demoniaca forma, divorando il braccio del ragazzino e uccidendolo.
Bill non si dà pace e così insieme ai suoi giovani amici Richie Tozier, Eddie Kaspbrak, Stan Uris, Beverly Marsh, Mike Hanlon e Ben Hanscom, si mette alla ricerca del clown.
Il romanzo è nel profondo, la storia di sette amici, raccontata alternando due diversi periodi temporali, i ragazzi scopriranno a loro spese che Pennywise è l’incarnazione dell’anima cattiva della città e dell’uomo, non certo un essere umano, si nutre della cattive vibrazioni della città di Derry e ogni ventotto anni torna in superficie per divorare bambini.
Unendo le loro forze e le loro paure, riescono a ricacciare nelle fogne il demone, promettendosi che si sarebbero ritrovati a Derry 28 anni dopo, per chiudere definitivamente il conto.
E sottolineo “le loro paure”, perché Pennywise le incarna tutte, diventa il personale Babau di ogni uno di loro, minandoli nelle più intime fobie e insicurezze.
La seconda parte del romanzo, racconta della “chiamata” alle armi degli ex bambini che, quasi come sotto l’effetto di una magia da adulti hanno rimosso e faticano a ricordare la tremenda esperienza della lotta con il clown assassino.

Quindi, quando ho visto che il remake della serie a due puntate degli anni novanta avrebbe trovato nuovamente anima con Bill Skarsgard nei panni del maligno Pennywise, ho sentito una vocina dentro di me, appartenente ad un bimbetta con gli occhiali a fondo di bottiglia, gli incisivi aperti e la faccia costellata di lentiggini, timidamente sussurrare frasi del tipo “Non ce lo possiamo perdere” e subito dopo “Ma sei sicura di volerlo vedere? No, lo dico solo perché ancora adesso te la fai sotto solo a leggere il libro” e poi ancora “Si ma tanto lo sai che andremo a vederlo…”
Insomma, in sostanza Pennywise nella fantastica interpretazione del 1990 di Tim Curry, è il mio personale Babau.

Quasi tutti sanno cos’è un Babau, ma giusto per chiarire come mamma Wikipedia insegna, esso è nel folklore italiano e di altre regioni europee, un mostro immaginario dalle caratteristiche non ben definite, che viene tradizionalmente evocato per spaventare i bambini:”Se non la smetti chiamo il Babau!”.

Si può intendere il Babau come strettamente correlato all’Uomo nero e all’Orco delle fiabe, o addirittura usare queste diverse denominazioni come sinonimi. In questo senso generico, il “Babau” corrisponde sostanzialmente all’inglese “boogeyman”.
Le origini di questa figura non sono accertate. Secondo alcune fonti, il Babau potrebbe essere un retaggio dell’antico timore nei confronti dei Saraceni (IX-X secolo). In questo caso, la parola “Babau” potrebbe derivare dall’arabo Baban. Un’interpretazione più diffusa intende invece il nome “Babau” come onomatopea, ottenuto per raddoppiamento dal latrato del cane o di un altro animale.
Comunque, detta tra noi, poco importa il retaggio storico del Babau, fatto sta che ogni uno di noi ne ha uno e come dice il Mago merlino alla Maga Mago “io arrivo Mago che tu sia pronta oppure no!” esattamente così fanno i Babau, si nascondono sotto il letto, nell’armadio o tra le fronde degli alberi quando rincasiamo la sera.
Qualsiasi età si abbia lui c’è e anche se pensi di averlo scordato, in realtà lui non è scomparso, è solo sbiadito un po’.
Ricordo ad esempio, un episodio del cartone animato Ghostbusters, in cui il Babau era rappresentato da un davvero orrido essere, ancora adesso mi chiedo come abbiano permesso agli autori di mandare in onda un cartone così, comunque questo essere si nascondeva negli armadi delle stanze dei bambini, i quali erano gli unici ovviamente a vederlo e ad essere rapiti durante la notte, per finire nella sua tana di tenebra e venir divorati.
Aveva occhi rossi e pazzoidi scintillanti nel buio, denti spropositatamente lunghi, fitti e sottili come spilli, simili alle fauci di un barracuda, orecchie enormi come quelle di un lupo però glabre, ispidi peli neri sotto a un consunto cappello a cilindro color pece e appariva a mezzanotte. Tutte le notti a mezzanotte la porta dell’armadio di un bimbo, da qualche parte nel mondo, si apriva scricchiolando e cigolando sui cardini, poi il silenzio dell’attesa e infine l’orrore.
Quello è stato il mio primissimo Babau, quello che mi ha fatto capire quali sono i tasti neri della mia anima, quelli che, se pigiati, fanno risuonare un eco di paura vera e propria in me.
Quindi, ora che vi ho detto cosa c’è avvinghiato tenacemente al mio mattone immerso nella palude buia e spaventosa dietro casa mia, se ne avete voglia, sbizzarritevi e ditemi cosa si nasconde tra le acque basse e melmose della vostra, chissà magari mi sarà di nuova ispirazione per i miei piccoli personali brividi dietro alla schiena…